il Punto di Pinton

di Roberto Pinton

Sappiam bene che, come risultato del pluriennale impegno delle organizzazioni del biologico italiano (quella che all’epoca dirigevo, nei primi anni 2000 diffuse due milioni di cartoline –allora l’email non era diffusa come oggi – pronte da spedire ai sindaci per pretendere la mensa bio; la stampa parlò di uffici dei primi cittadini sommersi di cartoline), di sensibilità delle famiglie e di sprazzi d’illuminazione tra gli amministratori, la presenza di prodotti biologici nella ristorazione collettiva è tutt’altro che un fenomeno occasionale.

Anzi, con l’introduzione dei criteri ambientali minimi (CAM) per il Green Public Procurement, le amministrazioni sono proprio tenute a prevedere nel bando che almeno il 20% del pesce da allevamento, almeno il 15% della carne e almeno il 40% degli altri prodotti siano biologici.
Nella fase di aggiornamento dei CAM, dal gruppo di lavoro istituito presso il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare è emersa la proposta di aumentare queste quote (66% per la frutta, 50% per gli ortaggi, i legumi, i cereali, 80% per la carne bovina, 100% per le uova e lo yogurt così via).

A contestare con più forza queste quote non sono state le amministrazioni locali o le società di ristorazione preoccupate per i possibili, per quanto contenuti, incrementi di costo.
No, sono state le organizzazioni degli agricoltori.
Motivo?

A loro avviso un Ministero non può creare allarmismo nella popolazione insinuando che la prevalente produzione convenzionale sia meno sicura per la salute (a fatica ammettono che sia migliore solo per l’ambiente), e poi non c’è prodotto che basta per tutti e poi gli agricoltori non sono interessati alla conversione o a produrre più biologico, e poi gli agricoltori sono più interessati all’export che alla ristorazione scolastica, che riconosce prezzi minori.
L’acutezza delle loro strategie di lungo periodo sta tutta nei numeri: gli oltre 3 milioni di aziende agricole italiane del 1991 sono crollati a un milione e seicentomila nel 2011 (-46% in soli vent’anni, Istat).
Il nostro Paese è il maggior consumatore di pesticidi per unità di SAU in Europa occidentale, con valori doppi rispetto a quelli di Francia e Germania, con una quantità di antibiotici per animale più che doppia della media europea, più di 3 volte quella della Francia e di 5 volte quella della Gran Bretagna, nel 67% delle acque superficiali e nel 33,5%% di quelle sotterranee ci son residui di pesticidi, con concentrazioni superiori ai limiti europei nel 23,9% delle prime e nell’8,3% delle seconde.
Queste associazioni, che pure si fan pagare ogni anno la tessera anche dagli agricoltori biologici, queste associazioni che, non gratis, tramite i loro Centri di Assistenza Agricola compilano i mille moduli cui i produttori biologici son tenuti, queste associazioni che, tramite i loro Enti di Formazione incassano i fondi europei e regionali per tenere corsi per i nuovi insediati (con, nel programma, Agricoltura biologica, Strumenti per la competitività dell’impresa agricola, Analisi dello scenario competitivo, I nuovi trend del consumo) hanno come attività sportiva preferita il remare contro gli agricoltori biologici e, come risultato palese, la devastazione del fattore produttivo ambiente.
È bene che gli agricoltori biologici ne siano informati e che facciano qualche ragionamento.