etichette-prima parte-data di scadenza

di Lorena Valdicelli

Etichette – prima parte. In basso a sinistra: la data sulla confezione

Vi proponiamo una serie di articoli divulgativi – una guida autorevole ma agile – per far luce sulle informazioni presenti in etichetta, quelle obbligatorie e quelle facoltative. Lo scopo è di far comprendere esattamente cosa aspettarsi da un prodotto sulla base dell’etichetta e come interpretare ciò che leggiamo. Si comincia dall’indicazione più cercata e letta: la data di scadenza, che abbiamo idealmente collocato in basso a sinistra.

L’etichetta è un po’ la carta d’identità dell’alimento preconfezionato.
Per il prodotto sfuso abbiamo piena visibilità dell’aspetto e, a volte, anche dell’odore dell’alimento che ha attirato il nostro interesse; anzi abbiamo abitualmente anche un interlocutore (ad esempio, il commesso della gastronomia o il negoziante) cui chiedere informazioni.

Non è così per gli alimenti preconfezionati: il prodotto deve parlare da solo, attraverso una confezione che attiri la nostra attenzione e che solleciti nella nostra mente l’idea che sì, quello è esattamente il prodotto di cui abbiamo bisogno, che sollecita le nostre emozioni e che è capace di suscitare la nostra curiosità. Insomma, è proprio quello che vorremmo.
In realtà poi non basta la prima buona impressione; così leggiamo l’etichetta, summa di tutte le informazioni essenziali che ci permettono di fare un acquisto consapevole, a patto di non fraintendere e di capire a fondo quello che le etichette dicono (e non dicono…).

Entro… e preferibilmente entro…

La data di scadenza è una delle informazioni che vengono verificate più spesso, praticamente ad ogni acquisto e anche su prodotti di cui conosciamo la composizione, gli ingredienti e così via: l’indicazione ci permette di valutare in particolare se il prodotto va consumato in breve tempo o se possiamo conservarlo a casa, e utilizzarlo in futuro, alla bisogna.

Sicuramente abbiamo tutti notato che la data di scadenza a volte è perentoria (Da consumarsi entro…); altre volte invece contiene una parola, preferibilmente, che rende l’indicazione meno forte, quasi fosse un consiglio che il responsabile del prodotto ci dà. In realtà dal punto di vista normativo si parla di:

  • si tratta di data di scadenza solo in caso di dicitura Da consumarsi entro;
  • si parla di Termine Minimo di Conservazione (TMC) se la data indicata sulla confezione è del tipo Da consumarsi preferibilmente entro…

Al di là della nomenclatura, l’utilizzo delle due diciture è legato alla natura del prodotto e ha significati diversi dal punto di vista legale. La data di scadenza infatti si usa per i prodotti rapidamente deperibili quindi ricchi di acqua e nutrienti quali, ad esempio, zuccheri, grassi, proteine, particolarmente attaccabili da batteri potenzialmente nocivi per la salute dell’uomo. È perciò tipica dei cibi che si conservano in frigo, in particolare quelli di origine animale come latticini e carni (sono questi infatti più a rischio per la possibile presenza di patogeni).
Il TMC invece si usa per i prodotti meno deperibili, normalmente quelli che si conservano a lungo anche fuori dal frigorifero (biscotti, legumi, cereali, ecc.).

etichette e data di scadenza

Chi decide quanto far durare i prodotti?

Salvo pochi casi definiti dalla legge (ad esempio, latte fresco, uova) è il responsabile del prodotto perché, dice la legge, il produttore è colui che conosce meglio la propria referenza e può dire fino a quando l’alimento può essere consumato. Di fatto, chi produce prende su di sé la responsabilità (anche legale) della salubrità e della qualità di ciò che propone al consumatore. Spesso le associazioni di produttori dei vari settori, sulla base di studi effettuati, danno indicazioni di massima sulla durabilità di ogni tipologia di alimento, per cui di frequente le referenze di marchi diversi si presentano con shelf-life (letteralmente vita da scaffale, la durata appunto) del tutto simili.
Ad ogni modo e a proposito di responsabilità, forse la differenza più importante tra data di scadenza e TMC sta proprio qui:

  • la data di scadenza stabilisce fino a quando l’alimento può essere consumato in modo sicuro, senza rischio di danneggiare la salute del consumatore;
  • il TMC invece ci indica fino a quando, secondo il produttore, il prodotto manterrà le caratteristiche di fragranza, sapore, consistenza, e aspetto che il consumatore si può aspettare, quali promesse all’atto dell’acquisto.

Ecco il perché di quel preferibilmente poco perentorio, quando la data indicata per il consumo non ha conseguenze sulla salubrità dello stesso, ed il prodotto mangiato dopo quella data non fa male, è solo un po’ meno buono.

D’altro canto le norme igieniche obbligatorie richiedono sistemi produttivi sempre più igienicamente controllati, ed inoltre le innovazioni tecnologiche consentono di ottenere materie prime e prodotti finiti in condizioni pressoché asettiche. È comprensibile quindi che la durabilità media per una categoria sia in continua evoluzione e che i prodotti rimangano commestibili e gradevoli ben oltre la data impressa sulla confezione. Certo, ora la responsabilità di consumare questi prodotti oltre il termine è del consumatore, ma possiamo immaginare che in futuro si possano leggere sulle confezioni delle shelf-life sempre più dilatate.
Supportata da studi scientifici ed analisi la stessa Commissione Europea sta spingendo per un allungamento (legale!) della durabilità dei alimenti confezionati. Lo scopo? Evitare di buttare prodotti scaduti ma ancora edibili e ridurre così sprechi alimentari e rifiuti organici che non solo sono un costo, ma anche un lusso che l’umanità, sempre più numerosa ed affamata, non può permettersi.

Arrivederci al prossimo articolo in cui si parlerà di ingredienti e allergeni.

 

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