La Qualità da ricercare deve avere un grande volume

di Alberto Bergamaschi – Alberto Bergamaschi/Facebook

La Qualità da ricercare deve avere un grande volume.

L’ultimo mio articolo terminava con le due righe seguenti: “Cerchiamo, pertanto, in tutti i modi di dare al mercato la giusta fiducia nelle produzioni biologiche, producendo bene e raccontandole ancora meglio”.
Questo della comunicazione è il momento più importante per ogni mercato, quello che crea la differenza tra fare una buona transazione commerciale, in modo da permettere un acquisto consapevole a 360°, e avere invece un atteggiamento prettamente mercantile, nel senso peggiore del termine.

Non basta, infatti, che il prodotto sia dichiarato da agricoltura biologica da un foglio di carta, questo deve essere anche dimostrato, insieme ad altre cose da raccontare, che cercheremo di approfondire in questo e in altri articoli che verranno pubblicati successivamente.
Li scriverò, sempre cercando di mettere da parte i ragionamenti strettamente scientifici, che lascio, volentieri, ad altre persone più competenti di me o, almeno, che si presentano come tali. Io cercherò con questi scritti di creare quel senso di appartenenza che rende disponibile la voglia di ascoltare e approfondire tutti i concetti che andrò a presentare.

Ma quali sono le informazioni da comunicare al mercato?

Questa è la reale discriminante.
Ognuno, ed è sicuramente il caso di sottolinearlo, ha le proprie specifiche richieste di conoscenze. Non esistono informazioni che vadano bene per tutti, esattamente come non sussistono dei medicinali che rispondono per ognuno in modo identico, anche come effetti collaterali. È la grande differenza tra la medicina allopatica, in cui si considerano gli organismi viventi come semplici copie conformi a un campione su cui si fanno delle sperimentazioni (e i cui risultati sono considerati replicabili per tutti) e quella omeopatica che invece valuta anche molte altre variabili.

Questa analisi è ancora più valida per l’alimentazione, in cui non solo varia (e di molto) la risposta di ogni organismo al singolo alimento, ma è proprio la funzionalità del prodotto che può cambiare a seconda del metodo di coltivazione, della loro composizione, della trasformazione e di molti altri parametri.
In questo si evidenzia la grande differenza del potenziale nutraceutico del cibo, essere vivente, rispetto alla chimica della medicina.
Il mercato dei prodotti alimentari, per fortuna, genera risultati che non sono tutti uguali e che non hanno, inoltre, il medesimo valore relativo per chiunque.
Questa diversità non può essere un parametro poco considerato dal mercato, ma un grande valore aggiunto, da valorizzare soprattutto per quello che viene prodotto nella nostra penisola.
Il biologico italiano è, infatti, il più importante del mondo, soprattutto in conseguenza del clima, dei parametri agronomici e della grande biodiversità della fauna e della flora.

Quante informazioni! Raccontare “volumetricamente” la qualità di un prodotto bio.

Con queste considerazioni di base, non esiste che si acquistino dei prodotti di cui l’unica cosa che si riesce a sapere è se sono certificati da agricoltura biologica o meno. In una sorta di codice binario della qualità (buono – no buono) che è molto riduttivo, perdendo tutte le sfumature che non procedono solo in linea retta, ma con tutte le diramazioni che si aprono in una qualità “volumetrica” molto elevata. E sono proprio le sfumature che ci permettono di decidere la dieta più affine al mantenimento di un sano equilibrio alimentare del nostro organismo, soprattutto in un periodo di attacchi esterni che ci arrivano anche dai virus.

Cercando di spiegarmi meglio: la certificazione biologica adesso sottintende unicamente una qualità binaria bidimensionale (il buono-no buono di cui parlavo prima), con molte poche informazioni che possono essere raccontate al mercato. In pratica, al massimo un foglio di un libro. Un misero foglietto in cui è condensato tutto quanto voglio, e posso, dire al mercato. Una sorta di estratto di un Bignamino, supporto di studio ben noto a chi era un ragazzo negli anni ‘70.
La certificazione, e seguente comunicazione, della Qualità Reale di un prodotto, invece è, come minimo, appoggiata a una pletora di informazioni multidimensionali e più ne aumenta il volume e maggiore è la possibilità di poter fare un acquisto consapevole, che difficilmente si riesce ad ottenere sulla base dei riassunti.
A questo punto in cui, finalmente, si è ottenuta la possibilità di venire in contatto con un archivio informativo più vasto di quello che normalmente prevede il biologico, bisogna fare in modo che il consumatore riesca ad essere coinvolto empaticamente con lo stesso. Che gli venga data la possibilità di essere interessato alle informazioni e che abbia il desiderio di approfondirle adeguatamente.
Se devo essere stimolato e coinvolto da notizie riportate sulle pagine ciclostilate dei volantini della mia gioventù, avrò sicuramente un risultato poco attraente. Ugualmente se le stesse mi vengono raccontate con lo stile soporifero della voce che parlava nei documentari sugli animali, sempre ai miei tempi. Periodo in cui si era convinti che, necessariamente, la scuola e conseguentemente lo studio dovesse essere sofferenza, visto chi ti insegnava aveva studiato con grande difficoltà, fatica e noiosità, non si poteva accettare che si potesse imparare in modo più divertente ed empatico, ma solo con il metodo alfieriano del “volli fortissimamente volli”.

Ora si è scoperto scientificamente che è l’emozione che porta al maggiore ricordo di quanto ti viene detto e/o scritto. E bisogna, sicuramente, prendere questa strada per ottenere il massimo coinvolgimento dei consumatori e invogliarli ad ascoltare le informazioni trasmesse. I pubblicitari di altre categorie di prodotto lo conoscono molto bene, quelli dei prodotti alimentari molto meno, gli italiani, poi, quasi nulla.
Dobbiamo molto lavorare per colmare questa carenza e aumentare il volume della Qualità.

 

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